Online si discute se la SEO sia morta nel 2026. Ti spiego perché quella domanda nasconde quella vera, quella che dovresti farti tu, prima che il problema arrivi a bussare anche da te.
Il panico che torna ogni due anni
Ogni tanto succede la stessa cosa. Qualcuno apre un forum, scrive «la SEO è morta» e nel giro di poche ore arrivano duecento risposte, metà convinte che sia vero, metà pronte a giurare il contrario. L’ho visto succedere quando sono arrivati i social, quando Google ha lanciato le sue prime risposte dirette in pagina, e lo sto vedendo succedere di nuovo proprio in queste settimane, con le ricerche su «is SEO dead 2026» che riempiono le prime pagine dei risultati di articoli che si chiedono, appunto, se la SEO sia morta. C’è qualcosa di quasi comico in un motore di ricerca che restituisce, come risposta migliore alla domanda «la ricerca serve ancora», una pagina ottimizzata apposta per quella ricerca.
Ho letto in questi giorni il racconto di uno sviluppatore indipendente che per anni aveva tenuto il suo piccolo strumento online in seconda o terza posizione su parole chiave importanti del suo settore. Con un aggiornamento dell’algoritmo, il suo traffico settimanale dagli Stati Uniti è passato da oltre tremila clic a meno di duecentocinquanta. Lo stesso posizionamento, sulle stesse parole, lo manteneva intatto su altri motori di ricerca più piccoli. Ha passato nove mesi a migliorare il suo prodotto, aggiungendo funzioni che i grandi competitor non si erano nemmeno presi la briga di costruire, e si è ritrovato comunque sepolto sotto i nomi noti. Capisco la sua rabbia. L’ho letta, e mi sono chiesto cosa avrei fatto io al suo posto.
Cosa è cambiato davvero, e cosa no
Qui serve fare un po’ di chiarezza, perché sotto il titolo allarmista si nascondono due cose diverse, e confonderle fa scegliere la mossa sbagliata.
Google ha cambiato lavoro, non si è ritirato
Questa settimana, in un evento a Milano, qualcuno di Google ha parlato apertamente di come stanno cambiando i segnali che contano: la suddivisione dei contenuti in blocchi più piccoli da analizzare uno per uno, cosa succede ai clic quando la risposta arriva già dentro un riepilogo generato dall’intelligenza artificiale, come si comporta un contenuto dietro un paywall. Non è un segnale di ritirata. È un motore che sta cambiando lavoro: da «ti porto sul sito giusto» a «ti do la risposta, e se ti serve di più ecco anche il sito». Per tante ricerche semplici, quel clic in più non arriverà più. Questo è vero, e fa male a chi viveva esclusivamente di quel traffico.
Quello che non è cambiato
Quello che non cambia, ed è la parte che il titolo «la SEO è morta» fa scordare, è che qualcuno deve ancora scrivere, testare, raccontare e raccomandare le cose prima che un riepilogo automatico le citi. Le risposte sintetiche che leggi in cima a una ricerca arrivano sempre da qualche parte, e quel qualche parte continua a dover essere costruito da chi sa il suo mestiere meglio dei concorrenti. Cambia il modo in cui arriva il pubblico, non la necessità di meritarselo.
La domanda che dovresti farti, invece
Tornando allo sviluppatore di prima: il suo errore non è stato fare SEO. Il suo errore, se vogliamo chiamarlo così, è stato costruire un’attività che dipendeva da un solo rubinetto, gestito da qualcun altro, che può girare la chiave quando vuole senza chiedere permesso a nessuno.
Il caso di chi aveva un solo canale
Mi è capitato di lavorare con un cliente che aveva passato anni a scalare le prime posizioni su Google per il suo settore, con ottimi risultati. Il sito portava clienti, i numeri erano belli da mostrare in riunione, e per un periodo è bastato così. Il problema è arrivato quando un aggiornamento dell’algoritmo ha rimescolato le carte, e da un giorno all’altro buona parte di quel traffico si è prosciugata. In quel momento abbiamo scoperto, tutti insieme, che non c’era una newsletter con un pubblico proprio, non c’era una community sui social che riconoscesse il brand a memoria, non c’era nessun modo di raggiungere chi li aveva già scelto senza passare di nuovo dalla porta di Google. Avevano costruito una bella casa, ma su un terreno in affitto.
Quella esperienza, più di qualsiasi teoria, mi ha convinto di una cosa: la posizione su un motore di ricerca è un risultato, mai una fondazione. Va trattata come l’effetto di un lavoro fatto bene, non come l’unico pilastro su cui regge tutto il resto.
Farsi cercare per nome, non solo per parola chiave
C’è una cosa concreta che puoi iniziare a fare da oggi, ed è cambiare il bersaglio. Per anni l’obiettivo della SEO è stato comparire per la parola chiave giusta. Oggi, con i riepiloghi automatici che filtrano sempre più ricerche generiche prima che arrivino a un sito, conta di più diventare la fonte che quei riepiloghi citano, e ancora più conta diventare il nome che le persone scrivono direttamente nella barra di ricerca, perché ti hanno già incontrato altrove e si sono fidate. Chi ti cerca per nome non passa più dal filtro di un algoritmo generalista: ti sta già scegliendo.
Questo significa lavorare su due fronti insieme, non uno al posto dell’altro. Continuare a scrivere contenuti chiari, specifici, utili, che meritano di essere citati anche da un riassunto automatico, perché quei riassunti pescano da contenuti che rispondono bene a una domanda precisa. E parallelamente costruire una presenza che non dipenda da quel solo canale: una newsletter letta davvero, una community che torna, video o post che fanno conoscere la tua voce a chi poi, quando ha bisogno, scriverà il tuo nome e non una parola chiave generica.
Cosa farei oggi, se fossi in quello sviluppatore
Se fossi io quello sviluppatore indipendente, non passerei i prossimi mesi a inseguire l’algoritmo che mi ha appena penalizzato. Cercherei di capire chi sono le persone che usano davvero il mio strumento, perché lo hanno scelto, e troverei un modo per restare in contatto con loro che non passi dalla cortesia di un motore di ricerca. Una newsletter agli utenti esistenti. Una presenza dove quel pubblico già si trova, che sia un forum di settore o una community su un social. Piccoli passi, ma che restano tuoi, anche il giorno del prossimo aggiornamento dell’algoritmo, qualunque cosa cambi quella volta.
La SEO, in questo, non è morta più di quanto lo fosse dieci anni fa, quando si gridava la stessa cosa per l’arrivo dei social, o cinque anni fa, quando si gridava per i primi assistenti vocali. Cambia ogni volta la forma del traffico che porta, e ogni volta qualcuno si fa cogliere impreparato perché aveva costruito tutto su quella forma specifica, convinto che sarebbe durata per sempre. La domanda giusta non è se quel canale sopravviverà tale e quale. È se, quando cambierà ancora, tu avrai già qualcosa che resta in piedi comunque.
Se stai leggendo questo articolo proprio mentre guardi i tuoi numeri scendere, la prima cosa da fare non è cercare un trucco per recuperare in fretta la posizione persa. È guardare quanti modi diversi hai, oggi, per arrivare a chi ti vuole già trovare. Se la risposta è uno solo, hai appena trovato il vero problema da risolvere.