Il click su Google sta calando ovunque. Ti racconto perché nel 2026 farsi citare dall’intelligenza artificiale conta più che scalare la prima posizione su Google.
Ho un cliente che a marzo mi ha scritto quasi disperato: «Michael, siamo primi su Google per la nostra parola chiave principale e il traffico dal sito continua a scendere». Aveva ragione a preoccuparsi, ma stava guardando il problema dal lato sbagliato. La causa era più semplice, e più scomoda da accettare per chi ha passato anni a scalare la classifica: le persone, semplicemente, stanno smettendo di cliccare.
Dove finisce il traffico che cala
Prendi i dati con le pinze perché il settore li aggiorna ogni due mesi, ma la direzione è chiara da un pezzo. Secondo l’analisi di Seer Interactive del 2026, quando compare un riquadro di AI Overview sopra i risultati, il click-through rate della pagina in prima posizione crolla del 58%, contro il 34,5% misurato appena un anno prima. E dentro l’AI Mode di Google la situazione è ancora più netta: fra il 92% e il 94% delle sessioni si chiude senza che l’utente visiti nessun sito esterno. Vuol dire che su cento ricerche fatte con l’AI Mode, meno di otto portano davvero un visitatore a te. Il traffico, in altre parole, non è sparito: si è spostato dentro la pagina di ricerca stessa, in un riquadro che risponde al posto tuo prima ancora che l’utente arrivi a scorrere i risultati.
Chi lavora ancora come se il 2019 non fosse mai finito continua a misurare il successo in posizioni e click. Il problema è che quella metrica sta diventando cieca: puoi essere primo e invisibile, perché la risposta il lettore l’ha già letta dentro il riquadro generato dall’AI, senza scorrere più in basso.
Nel giro di poco più di un anno gli AI Overviews sono passati da esperimento americano a funzione attiva in oltre 200 paesi e 40 lingue, con più di 2,5 miliardi di utenti al mese secondo i dati diffusi da Google stessa. È già oggi il modo con cui una fetta enorme del tuo pubblico incontra per la prima volta la tua attività, prima ancora di aprire un sito qualsiasi.
La fiducia è sempre stata l’obiettivo vero
Qui viene la parte che a molti miei clienti fa storcere il naso, e la dico lo stesso perché la penso davvero: il click è sempre stato la misura più comoda a disposizione, quella che si vede subito in un report. Quello che contava davvero, anche prima che esistessero gli AI Overviews, era la fiducia che quel contenuto costruiva in chi lo leggeva. Il click era solo la prova più facile da misurare, e per questo l’abbiamo trattata per anni come se fosse l’unica che conta, comoda da mettere in un report, facile da mostrare a un cliente che chiede risultati.
Adesso che Google e gli altri motori rispondono direttamente dentro la pagina di ricerca, quella fiducia si costruisce prima e altrove: nel momento in cui un sistema deve scegliere quale fonte citare fra le migliaia disponibili.
Cosa guarda un algoritmo quando deve scegliere chi citare
Le linee guida di qualità di Google parlano da anni di E-E-A-T: esperienza, competenza, autorevolezza, affidabilità. Nel 2026 quel principio smette di essere un capitolo teorico e diventa il criterio pratico con cui l’AI decide chi citare. Un articolo firmato «redazione» pesa meno di uno firmato da una persona reale, con un nome, una storia verificabile, magari un profilo LinkedIn che conferma che di quella materia se ne occupa davvero. L’autore riconoscibile è diventato un segnale concreto: quello che il sistema legge per decidere se fidarsi, prima ancora di leggere il testo.
Conta anche la parte più tecnica, certo: i dati strutturati che spiegano a un sistema cosa sta leggendo, uno schema che dichiara con chiarezza se quella pagina è una ricetta, una recensione o una guida pratica. Ma tra i clienti che seguo, a guadagnare terreno quest’anno sono soprattutto quelli che hanno smesso di nascondersi dietro un logo, firmando quello che scrivono con nome, foto e una storia vera alle spalle, molto più di quelli che hanno solo perfezionato lo schema markup.
Cosa vuol dire in pratica, per un’attività che non ha un reparto SEO
Basta cambiare il metro con cui scrivi, senza rincorrere ogni tecnicismo nuovo che spunta ogni settimana.
Il primo passo è dare una risposta chiara e autonoma nelle prime righe di ogni sezione: due o tre frasi che spiegano il concetto senza preamboli, senza «negli ultimi anni si è assistito a». Un sistema che deve riassumere un testo per citarlo prende quello che trova già pronto, e scarta quello che va decifrato.
Il secondo è firmare quello che scrivi con una persona vera, con nome e cognome al posto del solito logo aziendale. Quando ho iniziato a mettere il mio nome sotto i contenuti che curo per Clusterclups, invece che un generico «team», i clienti che mi contattavano sapevano già con chi stavano per lavorare prima ancora della prima chiamata. Funzionava per le persone anche prima che iniziasse a funzionare per gli algoritmi.
Il terzo è smettere di scrivere per riempire una pagina e cominciare a scrivere per rispondere a una domanda precisa che qualcuno si sta facendo davvero. Un contenuto nato per posizionarsi su una parola chiave generica si nota. Un contenuto nato perché un cliente ti ha fatto quella domanda tre volte questo mese, si sente diverso, ed è quello che un sistema linguistico riconosce come utile a chi legge.
Il rischio di rincorrere solo l’algoritmo
Detto questo, c’è un errore opposto in cui è facile cadere: ottimizzare per essere citati dall’AI come si ottimizzava per Google dieci anni fa, cioè inseguendo lo schema tecnico e dimenticando chi legge davvero. Ho visto succedere con la SEO classica: contenuti scritti per un crawler, illeggibili per un umano, che infatti non convertivano niente anche quando arrivavano in prima pagina. Rischiamo di ripetere lo stesso errore con un interlocutore diverso.
Mi è capitato con un cliente del settore edile che aveva riempito ogni pagina del sito con la stessa parola chiave ripetuta in ogni variante grammaticale possibile, convinto che fosse quello il segreto. Il posizionamento era arrivato, il preventivo richiesto dai visitatori no. Abbiamo riscritto le pagine partendo dalle domande vere che i clienti facevano al telefono prima di firmare un contratto, senza pensare per un secondo alla keyword. Il traffico è sceso del quindici per cento nei primi due mesi. Le richieste di preventivo qualificate sono raddoppiate, perché finalmente chi arrivava sulla pagina trovava la risposta