Scrivere contenuti con l’AI non basta, serve competenza

Scrivere contenuti con l’AI non basta, serve competenza

Online circola la storia di un’azienda che ha lasciato scrivere materiali delicati a chi non aveva alcuna competenza, solo perché aveva un chatbot. Ti spiego perché il problema non è mai lo strumento, ma chi decide di usarlo senza sapere cosa sta facendo.

Una storia che mi ha fermato lo scroll

L’ho letta su Reddit, nel forum r/marketing, e mi ha fermato il pollice a metà di uno scroll distratto. Una persona che lavora nel marketing di un’azienda farmaceutica racconta che il responsabile IT, due gradini sopra di lei in organigramma, ha cominciato a produrre da solo i materiali di comunicazione con un chatbot, saltando ogni passaggio di revisione. Settore altamente regolato, prodotti medici, materiali finiti nelle mani di medici e pazienti senza che nessuno del team legale o regolatorio li avesse mai visti. Nome del prodotto scritto male. Termini tecnici definiti in modo sbagliato. Frasi che sembravano scopiazzate dal concorrente più grosso, probabilmente perché un’AI le aveva pescate proprio lì. Quando la persona che racconta la storia ha provato a fermare la cosa, è stata lei a finire nei guai: accusata di non essere «allineata con gli obiettivi aziendali».

Questa è una storia su chi ha deciso di parlare per un’azienda senza averne la preparazione, e su chi gli ha lasciato fare. Di come suona un testo che «sa di AI» ho già parlato altrove, ed è un problema estetico, di stile. Qui il problema è un altro, e mi sembra molto più serio: riguarda chi prende decisioni che possono toccare la salute di qualcuno senza avere gli strumenti per valutarne le conseguenze.

Il problema non è mai stato lo strumento

Mi rendo conto che la tentazione, leggendo una storia così, è prendersela con il chatbot. Sarebbe comodo, ma sarebbe anche sbagliato. Chi non capisce un settore avrebbe scritto materiali confusi pure con un blocco per appunti e una penna, solo più lentamente. Quello che il chatbot ha cambiato non è la competenza di chi scrive: è la velocità con cui chi non ne ha può produrre qualcosa che, a prima vista, sembra finito.

Quello che è davvero cambiato con l’AI generativa

In questi giorni, su YouTube, si moltiplicano i video che promettono scorciatoie del tipo «le uniche sette vie per fare soldi con l’AI» o storie di ragazzi che dicono di guadagnare cifre enormi al mese producendo video in automatico con un software. Capisco il fascino, l’ho provato anche io: la promessa è che basti un prompt giusto per ottenere il risultato che prima richiedeva anni di mestiere. Il punto è che un prompt può produrre una frase grammaticalmente perfetta senza che chi la legge si fidi di chi l’ha scritta, e senza che chi l’ha scritta sappia dire perché quella frase è giusta e non un’altra. La velocità è reale. La competenza, quella, non si genera insieme al testo.

Cosa significa davvero avere competenza comunicativa

Quando lavoravo nell’ufficio comunicazione di una grande azienda, ogni contenuto che realizzavo passava da un controllo legale e regolatorio prima di uscire. Da giovane lo vivevo come un freno, una burocrazia che allungava i tempi su cose che a me sembravano ovvie. Ho capito col tempo che quel passaggio non proteggeva l’azienda da me: proteggeva il pubblico da un errore che io, da solo, non sapevo nemmeno vedere. Avere competenza comunicativa non significa scrivere bene le frasi: significa sapere cosa quella frase può causare in chi la legge, conoscere abbastanza il settore per riconoscere un’imprecisione che sembra innocua e non lo è, e sapere quando una cosa va detta diversamente o non va detta affatto.

Il processo di revisione che nessuno vuole rallentare

La parte più pericolosa di questa storia, a mio avviso, non è il chatbot. È la fretta di saltare il controllo perché lo strumento dà l’illusione che il lavoro sia già concluso. Una bozza generata in trenta secondi ha bisogno dello stesso controllo di una scritta a mano in tre ore, anzi forse di più, perché chi l’ha prodotta in fretta spesso non ha gli strumenti per giudicare se è davvero corretta. Saltare quel passaggio non fa risparmiare tempo: lo sposta più avanti, quando il danno è già uscito e costa molto più correggerlo.

Perché la leadership lascia correre

La parte della storia che mi ha colpito di più, a dirla tutta, non è l’errore del responsabile IT. È che il vertice dell’azienda lo ha lasciato fare, e ha pure rimproverato chi cercava di fermarlo. Mi sono chiesto perché, e credo che la risposta sia quasi sempre la stessa: nel breve periodo, produrre tanto e in fretta sembra un risultato, mentre il danno di un materiale scritto male si vede solo più avanti, quando magari nessuno collegherà più le due cose. Chi guida un’azienda valuta quello che ha davanti agli occhi oggi, e oggi quello che ha davanti agli occhi è un responsabile IT che produce dieci materiali alla settimana invece di uno. Il conto arriva dopo, quando un medico nota il termine sbagliato, o quando un paziente legge una promessa che il prodotto non può mantenere. A quel punto è un problema legale, non più un problema di stile.

Conosco la tentazione di pensare che questo riguardi solo le grandi aziende regolate. Non è così. Vale uguale per chi gestisce i social di un piccolo negozio e per chi scrive le mail a una lista di clienti: la fretta di pubblicare prima dei concorrenti, o semplicemente prima di pranzo, spinge a saltare lo sguardo di chi quel testo lo deve leggere con occhio critico prima che parta. La differenza tra un’azienda farmaceutica e un negozio di quartiere è solo la gravità del danno, non la dinamica che lo produce.

Cosa succede quando il problema esce dal documento

C’è una fase di questa storia che mi colpisce sempre più della fretta iniziale: il momento in cui l’errore smette di essere un dettaglio interno e diventa qualcosa che qualcun altro vede. Un termine tecnico sbagliato, in un settore regolato, può finire sotto gli occhi di un’autorità di controllo prima ancora che del cliente finale, e a quel punto la conversazione non è più «correggiamo e ripubblichiamo», è una segnalazione, una richiesta di chiarimenti, magari un richiamo del materiale già distribuito. Per un’azienda più piccola il percorso è più corto ma non meno doloroso: basta una recensione pubblica che cita la promessa scritta male, o un cliente che si sente preso in giro da un’informazione imprecisa, perché il danno smetta di essere ipotetico. In entrambi i casi il costo reale non si misura nelle ore di lavoro per correggere il testo, ma nella fiducia che serve mesi o anni per ricostruire e che si perde in un solo scambio mal gestito.

Se lavori da solo, senza un ufficio legale dietro

Forse stai pensando che questa storia non ti riguardi, perché non gestisci materiali medici e non hai un reparto regolatorio da scavalcare. Capisco il pensiero, ma ti fermerei lì. Se scrivi da solo i contenuti della tua attività, il controllo che in un’azienda grande fanno tre persone diverse, in genere lo devi fare tu, da solo, sullo stesso testo che hai appena generato. È un esercizio più difficile di quanto sembri: rileggere con occhio critico qualcosa che hai prodotto tu stesso, magari di fretta, tra un cliente e l’altro, richiede una distanza che non viene naturale.

Il trucco che uso io, quando il tempo lo permette, è lasciare passare almeno qualche ora tra la stesura e la revisione. Un testo letto la mattina dopo, con la testa fresca, rivela cose che la sera prima sembravano invisibili: una frase ambigua, un dato che non hai verificato, un tono che suona giusto per te ma sbagliato per chi lo leggerà. Quando il tempo non c’è, perché la scadenza è oggi, allora il minimo che puoi fare è farti tre domande semplici prima di pubblicare: questa frase, se la legge un cliente arrabbiato, può essere usata contro di me? Questo numero, questa percentuale, questa promessa, l’ho verificata o l’ho data per buona? E soprattutto: questa cosa, la firmerei con il mio nome, davanti a chi la riceve? Se la risposta a una di queste domande ti fa esitare, non è ancora pronta per uscire, qualunque sia stato lo strumento con cui l’hai scritta.

La competenza non si delega, nemmeno a un buon prompt

Uso l’AI anche io, ogni giorno, per accelerare parti del lavoro che non hanno bisogno della mia testa: una prima scrematura di idee, una bozza da smontare e ricostruire. Non sono qui a dire che lo strumento sia il problema. Quello che continuo a fare, e che non delego a nessun software, è decidere cosa dire, a chi, e con quali parole esatte, perché quella decisione richiede di conoscere il prodotto, il pubblico e le conseguenze di una frase sbagliata meglio di quanto qualunque modello possa conoscerle. Con Clusterclups mi capita ancora oggi di rileggere un contenuto pronto per uscire e fermarlo all’ultimo, non perché suoni male, ma perché qualcosa nel merito non quadra: un dato impreciso, un tono sbagliato per quel pubblico specifico, una frase che in quel settore può essere letta come una promessa che non possiamo mantenere. Quel controllo richiede tempo che sembra sempre superfluo, finché non lo è.

Chi decide di parlare al posto di un’azienda si prende una responsabilità, con o senza chatbot. Lo strumento più potente non sostituisce chi quella responsabilità la sente, e la prende sul serio prima ancora di scrivere la prima riga. Se in questi mesi ti capita di leggere un testo aziendale che ti lascia un dubbio, fidati di quel dubbio: probabilmente racconta più di quanto il testo stesso voglia ammettere. Se invece ti riconosci in chi quei testi li scrive, due articoli di questa categoria possono darti il resto della mappa: uno su come trovare il messaggio centrale prima di scegliere le parole, l’altro su come parlare davvero la lingua di chi ti ascolta.

Nelle immagini sono io, fondatore di Clusterclups agenzia di marketing e transizione digitale.

Mi chiamo Michael Iuzzino

sono il fondatore di Clusterclups. Seguo la comunicazione digitale di imprese e professionisti. Qui scrivo di come trovare idee, crescere online e farle arrivare chiare a più persone. Non ti conosco, ma sono certo che, forse, sei nel posto giusto.

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